SEO: 7 falsi miti duri a morire [#08]

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Nel digital marketing e in particolare nella SEO, esistono tanti falsi miti.
Informazioni che, estrapolate dal loro contesto, vengono facilmente mal interpretate e diventano qualcos’altro. 

Non importa quanto gli esperti provino a ucciderli, questi falsi miti sono duri a morire. Vivono di vita propria e lasciano i professionisti e gli imprenditori confusi su ciò che è vero e ciò che non lo è.

In questo articolo voglio fare chiarezza su almeno 7 di queste leggende metropolitane legate alla SEO.

Sei pronto? Partiamo!

Mito 1: La SEO è una pratica voodoo

Uno dei problemi più grandi di questa professione è che non esistono particolari barriere per lavorare nel mondo del digital marketing. Non devi avere una laurea o essere iscritto ad un albo professionale per vendere te stesso come esperto.

Quando i SEO improvvisati fanno un pessimo lavoro, i clienti non riescono a trovare una spiegazione per la mancanza di risultati e si convincono che la SEO sia una pratica casuale, basata su intuizioni fortunate, kabala o voodoo.

Spesso sono proprio questi falsi professionisti ad alimentare questo mito per giustificare i loro scarsi risultati. 

Detto questo, ti tranquillizzo: la SEO non è una pratica voodoo.
È un insieme di processi concreti per far aderire un sito web agli algoritmi di Google, con l’obiettivo di aumentare il traffico qualificato e le vendite.

Google non pubblica mai i propri algoritmi (e come biasimarli? Sarebbe come mostrare le carte in una partita di poker), quindi non c’è modo di conoscere i dettagli del loro funzionamento.

La SEO non è una scienza esatta al 100%, tuttavia un buon professionista ha le conoscenze necessarie per rendere un sito web conforme alle regole di Google.

Un SEO affidabile vive e respira con i cambiamenti dell’algoritmo, che possono avvenire anche più volte al giorno. Si tiene costantemente aggiornato e sa perché gli algoritmi fanno ciò che fanno, quindi agisce di conseguenza.

Questo è l’opposto del voodoo. Si chiama conoscenza duramente acquisita sul campo. Quando paghi un esperto SEO non lo stai pagando per il tempo che ti dedica, ma per la sua conoscenza e risultati che è capace di offrire.

Mito 2: La keyword è la chiave

Nei loro primi anni di vita, i motori di ricerca facevano molto affidamento sulla densità delle parole chiave all’interno delle pagine web per correlare la loro rilevanza alla ricerca degli utenti. 

Si sperimentavano espedienti di ogni tipo, dalle keyword nascoste con lo stesso colore dello sfondo, ai tag “meta-keyword” che contenevano lo stesso termine ripetuto decine di volte. Era il far west della SEO.

20 anni dopo le cose sono un po’ diverse: le parole chiave hanno perso gran parte della loro importanza a livello SEO. Google non le considera più per la classificazione, nemmeno quelle all’interno degli URL. Strategie rudimentali come il conteggio delle parole chiave sulle pagine e la ricerca di una giusta proporzione o “densità”, ormai appartengono al passato.

E meno male!

Ti è mai capitato di leggere pagine o articoli con ossessive ripetizioni della stessa parola ogni due righe? Magari ti sei chiesto anche tu se l’autore era stato bocciato in terza media per la sua incapacità cronica di usare i sinonimi.
La ragione di tutto questo è che in passato, per condizionare il motore di ricerca, si usavano sintassi forzate e innaturali nei testi delle pagine. Qualcuno continua a farlo ancora oggi, purtroppo.
Fortunatamente, simili escamotage non servono più a nulla, se non a far innervosire gli utenti. Google non posiziona più i siti web per parole chiave, ma per argomenti, attraverso la semantica.

Cosa si intende per semantica?

È lo studio del significato delle parole e di come si combinano tra loro per dare significato a una frase. La semantica si basa su una variabilità linguistica che nasce dal nostro background personale e culturale. In altre parole, la semantica indaga sul perché parliamo in un certo modo e perché usiamo certe parole al posto di altre.

Fonte: Semrush

Ok, ma cosa c’entra tutto questo con la SEO?

Semplice. Per indicizzare un contenuto, Google va alla ricerca delle connessioni semantiche tra le parole all’interno della pagina e le confronta con altri contenuti già presenti nel suo indice, per individuare la tematica. Infine, lo posiziona per una serie di termini di ricerca “familiari” a chi cerca quell’argomento.

Questo nuovo approccio, più avanzato e complesso, ha reso obsoleto il concetto di parola chiave. Ciò non significa che non devi più usare le keyword, ma piuttosto devi ragionare in termini di semantica, cioè integrare nei tuoi contenuti tutti i termini semanticamente correlati all’argomento che vuoi trattare.

Tradotto: devi scrivere testi con un lessico ricco, contenuti esaurienti e di qualità, pensati per essere “familiari” al tuo pubblico. In altre parole, Google ti sta dicendo senza mezze misure, che devi scrivere per i tuoi clienti e non per il motore di ricerca.

Mito 3: All you need is content

“Content is king!”

Quante volte hai letto questa frase ad effetto?

Diciamo che il suo significato non è del tutto sbagliato.
Se mi permetti di usare un’altra metafora epica, il contenuto non è Re Artù, ma piuttosto un cavaliere della tavola rotonda. Una tavola a cui sono seduti anche altri cavalieri di pari rango come backlink, design e usabilità.

Anzichè “Content is King”, sarebbe meglio dire che “Content is Lancillotto”. È più importante degli altri cavalieri, ma pur sempre un cavaliere.

Contenuti e backlink sono un po’ come gemelli siamesi nel mondo della SEO. Hai bisogno di entrambi perché uno non può funzionare senza l’altro. Almeno, non bene e non a lungo termine.

Certo, potresti accorgerti che i tuoi competitor hanno pagine posizionate con keyword a coda lunga (ricerche composte da 3 o più parole chiave) e si trovano ai primi posti senza avere bisogno di backlink. È probabile che questo accada. 

Ma è anche probabile che queste ricerche a coda lunga siano talmente singolari da non avere competizione, quindi in quei rari casi i backlink potrebbero non avere lo stesso ruolo determinante che hanno per le ricerche più competitive.

Se vuoi posizionarti per la parola chiave “Trono di spade”, è meglio che tu abbia un contenuto eccezionale con molti backlink provenienti da siti autorevoli, perchè diversamente sarai destinato all’esilio nelle terre oltre la barriera, cioè oltre la prima pagina di Google. Nessuno ti troverà.

In definitiva, il contenuto è importante, importantissimo. Ma non può farcela da solo.

Mito 4: I backlink sono morti

Molti addetti ai lavori sono convinti che i backlink (i link a pagine del nostro sito provenienti da siti esterni) diventeranno sempre meno rilevanti ai fini del posizionamento su Google, al punto che non importeranno più.

Contrariamente a quanto potresti leggere in giro, i backlink sono ancora fondamentali per Google e rimangono una delle tattiche “SEO” più efficaci. 

Se non fossero rilevanti, Google non avrebbe creato l’algoritmo Penguin, per penalizzare interi siti web con un alto numero di backlink artificiali (ottenuti in modo non naturale, cioè acquistati o scambiati).

Se il tuo sito ha i migliori contenuti al mondo e nessun backlink, farà molta più fatica a ottenere la visibilità che merita. 

Anche i grandi contenuti hanno bisogno di ottimi collegamenti da parte di altri siti, preferibilmente autorevoli e legati al tuo settore.

Ma perché i backlink sono importanti per la SEO?

Perché per Google un link proveniente da un sito autorevole, costituisce un segnale di fiducia, una sorta di raccomandazione virtuale sulla qualità e la pertinenza del tuo contenuto.

In generale, il numero di backlink determina la popolarità o l’importanza di un sito, ma non hanno tutti lo stesso peso. Un link proveniente da un sito importante ha più rilevanza di 10 link provenienti da siti mediocri o di scarsa popolarità.

Costruire backlink naturali e di qualità è estremamente importante per l’ottimizzazione dei motori di ricerca e, per la loro importanza, dovrebbero essere ancora una priorità per ogni SEO specialist.

Mito 5: La lunghezza dei contenuti è un fattore di ranking

Nel 2017, SEMRush ha pubblicato uno studio che suggeriva il conteggio delle parole all’interno di una pagina fosse un fattore di ranking. Lo studio aveva esaminato il posizionamento dei siti web per un campione di oltre 600.000 parole chiave e aveva concluso che le pagine con un ranking alto avevano contenuti più ricchi di quelle con un ranking basso.

È un dato molto interessante, ma non dimostra che la lunghezza del testo sia un fattore di ranking di Google: la correlazione non equivale alla causalità. Di recente John Mueller (Webmaster Trends Analyst di Google) ha dichiarato esplicitamente che il conteggio delle parole NON è un fattore di ranking.

Avere lo stesso numero di parole di un articolo posizionato al primo posto non porterà le tue pagine al primo posto, così come avere un mucchio di caricabatterie USB non ti porterà sulla Luna.

John Mueller, Webmaster Trends Analyst di Google

Google ritiene che la lunghezza dei contenuti debba essere valutata in base al tipo di ricerca dell’utente. Alcune domande richiedono risposte più lunghe, mentre ad altre è possibile rispondere brevemente. Forse il loro algoritmo riflette tutto questo, forse no.
Di certo possiamo supporre che è ciò che si aspetta Google dai contenuti.

Non preoccuparti che la lunghezza dei tuoi contenuti superi o meno quella dei tuoi concorrenti. Non è una gara a chi ce l’ha più lungo. Cerca invece di rispondere in modo esauriente alle necessità del tuo pubblico e di soddisfare la domanda per la quale desideri posizionare il tuo sito.

Mito 6: I social media sono un fattore di ranking

L’impatto dei social media sulla SEO è da sempre uno degli argomenti più discussi tra gli esperti di marketing online. Il dilemma è: i social media aiutano o no la SEO?

Se parliamo di “aiutare”, la risposta breve è si. 

Ma per avere una risposta più completa, dobbiamo andare un po’ più in profondità, perché i social media non aiutano la SEO nel modo in cui molte persone credono.

Innanzitutto, partiamo dal presupposto ormai evidente che non sapremo mai cosa c’è esattamente nell’algoritmo di Google, a meno che qualcuno in Google non decida di dare fuoco al suo accordo di riservatezza e condivida queste informazioni con noi. Ipotesi altamente improbabile.
Non ci resta quindi che basarci sulle affermazioni dei dipendenti Google e sui dati raccolti da diversi casi studio.

Google ha dichiarato più volte che i “social signals” (le menzioni del nostro sito) NON sono un fattore di ranking diretto. Perché? 
Semplice, le condivisioni sui social non vengono considerate da Google come backlink.

Ma attenzione! Questo non significa che i social non abbiano alcuna influenza sul posizionamento.

Secondo una ricerca di Searchmetrics, la correlazione tra social signals e ranking è molto elevata.
I siti web più quotati nelle SERP di Google appartengono ai brand che hanno ottenuto ottimi risultati nella loro attività di comunicazione sui social.

Matt Cutts (per anni volto di Google e punto di riferimento per ogni SEO specialist) ha dichiarato che si tratta appunto di “correlazione, non di causalità”.

I social media si basano sulla viralità.
Non sono i link postati sui social a migliorare il ranking, ma la loro capacità di generare traffico.
Se crei un buon contenuto, hai più probabilità di diventare popolare sui social media e le persone lo condivideranno più facilmente, aumentando le visite al sito e migliorando indirettamente il posizionamento su Google. 

Quindi smettiamola di preoccuparci di quanti link postare sui nostri canali. Pensiamo piuttosto a condividere link di qualità, capaci di coinvolgere gli utenti e incoraggiarli a connettersi al nostro brand.

Mito 7: Google Ads ha un impatto diretto sulla SEO

Uno dei miti SEO più comuni rimane l’idea che Google Ads abbia un impatto diretto sul posizionamento dei siti web. Ovviamente non è così.
La ricerca organica è indipendente dalla ricerca a pagamento. Indipendentemente dal budget che decidi di assegnare alle campagne, Google AdS NON è un segnale SEO.

Detto questo, le campagne possono aiutare indirettamente la SEO. Come?
Attraverso le campagne di brand awareness, gli utenti acquisiscono familiarità con la tua azienda. E cosa comporta questo?
Quando cercheranno prodotti o servizi simili in futuro e riconosceranno il tuo brand tra i risultati organici, avranno maggiori probabilità di visitare le tue pagine al posto della concorrenza.
Questo porterà a un aumento del traffico organico sul tuo sito e un aumento delle conversioni.

Una campagna ben fatta può anche aiutarti a scoprire le parole chiave più efficaci per i tuoi obiettivi. La SEO richiede tempo per vedere i risultati e può essere difficile valutare l’efficacia delle parole chiave nel primo periodo.
Fortunatamente, le campagne PPC ti consentono di vedere risultati immediati e sapere quali keyword generano conversioni e quali sono meno efficaci. Dopo una campagna Google Ads avrai in mano dati preziosi per ottimizzare il tuo targeting e migliorare le attività SEO.

Se la vediamo sotto questa luce, una campagna di advertising su Google può influenzare indirettamente il posizionamento futuro del tuo sito. Ma questo è molto diverso dal dire che un investimento di budget in Google Ads possa portare automaticamente un miglioramento del ranking.

Come smontare i falsi miti della SEO

Quando ti imbatti in un’affermazione sulla SEO, è buona regola cercare un riscontro.
Ad esempio:

  • Una dichiarazione di Google o di un dipendente di Google
  • Una ricerca realizzata da una fonte autorevole
  • Una dimostrazione diretta di questa affermazione

Ma come sappiamo, anche con una di queste tre possibilità c’è sempre un sottile margine di errore. Ecco quindi alcuni suggerimenti:

  • Fai attenzione a non fraintendere ciò che dice un rappresentante di Google. Una eccessiva speculazione potrebbe farti scivolare in una spirale di congetture e tempo sprecato. Cerca sempre conferma da più fonti.
  • Se un dipendente di Google afferma che dovrebbe accadere qualcosa, non significa che accadrà al 100%. Non prendere alla lettera ogni sua parola.
  • Infine, ricorda che se due aspetti sono strettamente collegati tra loro, non è detto che uno sia la causa dell’altro. La correlazione non equivale sempre alla causalità.

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